di Ferruccio Filipazzi

con Ferruccio Filipazzi e Massimo Ottoni

goccia a goccia

Adesso che sono grande lo so chi devo ringraziare: mio papà.

Papà  non mi ha mai regalato un giocattolo.

Ha fatto una cosa più bella: mi ha insegnato a giocare!

Con tutto: con i sassi, con una smorfia, con un fischio, con le parole …

..una sera papà è entrato nella mia stanza, con le mani a conca

“ Figliolo, domani sarà il tuo primo giorno di scuola.

Da domani comincerai a diventare grande davvero.

Per un giorno così importante ti ho portato un ruscello.

Crescerete insieme, vi terrete compagnia (ad avvicinare l’orecchio si sentiva gorgogliare) e quando sarete grandi arriverete al mare.

Adesso dormi. Buona notte! ” 

Io l’ho nascosto sotto il letto … e l’ho sentito … e il buio e le paure sono andati via.

E’ una storia di crescita, una storia di iniziazione.

Goccia a goccia, passo  passo, i primi salti, i tuffi,  capriole e capitomboli… e poi le corse, le corse…

La notte arriva all’improvviso, proprio adesso che c’è da attraversare il bosco e la luna tra le foglie disegna ombre e animali feroci.

Ma gli occhi si chiudono, è tempo di sognare… il mare!

Cos’è un sogno, cos’è un gioco? Che cos’è la verità?

Continua il felice sodalizio tra Ferruccio che canta e racconta e Massimo

che narra con immagini in movimento.

Eccomi qua! Dopo tanti anni con la voce e la mia chitarra a mettermi ancora in gioco ed esplorare possibilità narrative, finché riuscirò a divertirmi e divertire. E allora continuo a raccontare anche ad un pubblico piccolo da rispettare e prendere per mano per viaggiare insieme scegliendo le parole significative, i silenzi, i sussurri del canto e le esplosioni di ritmi e di suoni. Proverò, seguendo la curiosità, a raccontare come sempre la storia “di sempre”, le storie “altre” che diventano nostre per crescere e sognare un mondo migliore.

Massimo, ora figurativo ora astratto, è stato per me  un incontro felice, un amico che a volte ha sottolineato, altre volte anticipato sorprendentemente i miei sogni. Spero che riuscirà a riempire i vostri occhi di immagini, come riempie la scena. Questa volta, per un pubblico più piccolo, non sarà solo il raffinato bianco/nero della sabbia, ma  anche sagome ritagliate, giochi d’acqua e colori.”

                                               Ferruccio

TECNICHE UTILIZZATE: Teatro di narrazione, canto e musiche dal vivo, tecnica mista su vetro luminoso ( proiettata su schermo )

testo Ferruccio Filipazzi

la notte dei racconti L

immagini Massimo Ottoni

produzione Compagnia Filipazzi

in collaborazione con Accademia Perduta/Romagna Teatri

Un padre e un figlio.

Il figlio interroga.

Il padre risponde.

Con una storia. E' sempre stato così. Dovrebbe essere così. Il figlio viene al mondo, si guarda intorno, prova a vivere, arrivano le prime domande. E qualcuno più grande di lui prova a rispondere. La storia siamo noi: le nostre storie passate, la storia che stiamo vivendo, le storie che vivremo.

Arrivava l'estate, padre e figlio vanno in vacanza, campeggio "selvaggio" al lago (al papà piace pescare): scelgono un bel prato con un albero per avere un po' d'ombra, chiedono il permesso se il terreno è di qualcuno e piantano la tenda canadese.

Dopo una giornata passata a giocare con i bambini del lago, la sera si ritrovano, entrano carponi nella tenda, ma non mettono la testa in fondo dove stanno i cuscini, tengono la testa fuori ad annusare l'erba, poi si girano a pancia in su e guardano in alto.

E parlano.

Guardano il cielo, le stelle e parlano ... di mondi lontani, di quanto è grande l'universo e piccola la Terra ... al bambino vengono in mente tante domande che lui chiama strane, diverse, un po' difficili ... e il papà racconta storie che il bambino non ha sentito mai, racconta con parole misteriose e un po' difficili della Creazione, di Caino e Abele, due fratelli che non vanno molto d'accordo e poi arriva Noè con tutti gli animali.

Al bambino piacciono queste storie anche se sono un po' difficili, ma è lo stesso, anzi forse è più bello, perché è come un gioco da grandi, che poi alla fine si capisce...

PERCHE' QUESTO SPETTACOLO

Lo spettacolo nasce dal desiderio di rispondere a uno dei "perché" più grandi della vita di un bambino: l'origine del mondo. Per quanto ne sappiamo, noi siamo gli unici esseri sulla Terra a interrogarci sul come e sul perché della vita, delle cose, del mondo. Abbiamo incominciato a farlo fin dalla notte dei tempi. E tutti abbiamo cominciato a farlo, non solo i cristiani e gli ebrei, ma anche i musulmani e poi anche gli indù, i taoisti, gli indiani d'America, gli aborigeni australiani...A questo domandare e cercare di capire l'uomo, di qualsiasi religione, spesso ha dato forma di storie. Molte sono ancora in cammino, insieme alle domande che le hanno originate. Sono le storie, spesso comuni alle grandi religioni monoteiste, di luoghi speciali - come l'Eden, l'Arca, il Monte Ararat - e di personaggi mitici, la cui vita ci racconta di Dio: Adamo, Eva, il serpente, Caino, Noè e i suoi animali...

PERCHE' RACCONTARE STORIE

Un universo narrativo comune a civiltà, culti, fedi, tradizioni sacre lontane nel tempo e nello spazio. Sapevamo che le fiabe avevano mantenuto intatta nei secoli la loro struttura, conoscevamo il catalogo dei destini dell'uomo che queste contenevano, ma certo non pensavamo che anche le più profonde radici del sentimento religioso attingessero a elementi comuni, ricavassero linfa da quella generale condizione umana che ci rende ansiosi e pieni di speranza, pavidi e curiosi, legati alla quotidianità e bisognosi di infinito.

Sarebbe bello che le storie superassero le differenze di razza e di fede, attraversassero i confini degli Stati, e ignorando la lentezza dei secoli, aprissero le porte alla speranza di un futuro costruito su ciò che unisce e non su ciò che ci divide.

 Le grandi avventure di un cucciolo.

 vita da gatto XL

scritto, musicato ed interpretato da Ferruccio Filipazzi

oggetti scenici di Natale Panaro

scene e costumi di Tinin Mantegazza

 

Lui si chiama Bianco ed è un gatto.

Insieme con il papà, che gli insegna le cose fondamentali della vita come il colore ed il ritmo, vive in un brandello d’orto scampato non si sa come al devastante abbraccio di cemento della città. L’orto è di proprietà di un signore chiamato “il Capitano”, che lo cura con passione e vi alleva le sue galline.

Ma tutte le cose belle, prima o poi, hanno una fine: l’orto del Capitano viene fagocitato ed inglobato nella città e così Bianco si trova senza casa. Subito dopo si trova anche senza famiglia, perché decide di andarsene solo soletto per il mondo e diventare grande. Cosa che, a volte, può essere dolorosa e pericolosa. Ferito in una battaglia fra bande rivali, Bianco ha la fortuna di incontrare Ferrù, un uomo, ma soprattutto un amico.

Grazie a lui, Bianco capisce che cosa significa essere amati e, confortato da questa esperienza che lo ha reso più forte e sicuro di fronte alla vita, continua il suo viaggio per il mondo. Da solo.

“E’ l’avventura randagia di un amico che si porta in giro la sua fiera ed indomita solitudine.

In lui gli spettatori bambini si identificano spontaneamente, soprattutto per quella sorta di iniziazione alla vita e al mondo – inevitabile ed esaltante per ogni “cucciolo” – rappresentata dal rapporto col padre e dal successivo distacco”.

Lo spettacolo si svolge attorno a scenografie essenziali, quasi macchie di colore vivo, sorrette da una colonna sonora realizzata in diretta.

Lo spettacolo è stato studiato per essere rappresentato anche in saloni o luoghi all’aperto

di Ferruccio Filipazzi e Luciano Giuriola

un treno di perché L

da una idea scenica di Tinin Mantegazza

 con Ferruccio Filipazzi

scena e oggetti realizzati da Graziano Venturuzzo

pittura a cura di Giulia Bonaldi

 

 

Ho voluto riaccostarmi alle modalità semplici e immediate del teatro; una sorta di iniziazione che, partendo dai perché, perché, perché  dei piccoli,  sappia mostrare come dal gioco di tutti i giorni si possa giungere al racconto, alla rappresentazione, al teatro; dal gioco dei piccoli a quello degli adulti, in un percorso circolare che il teatro può trasformare in esperienza. 

Un padre ed il suo piccolo stanno giocando con un trenino. Il padre è sommerso dai tanti perché del suo bambino. Un po’ negandosi, un po’ stando al gioco affiora il ricordo di Rocco, amico d’infanzia e del suo papà ferroviere. 

Un papà ferroviere, forse capotreno, che aveva sempre voglia di regalare storie a grandi e piccini. Il paese di Rocco erano poche case tra un pascolo e un campo di grano: la scuola, la chiesa, la piccola piazza e la stazione. Tutta la vita era lì.

E così la sera, prima di andare a letto, ci si trovava tutti insieme con le famiglie a commentare la giornata, quello che era successo, … a volte le sere erano più speciali quando arrivava il papà di Rocco, che era l’unico abitante di quel paese che viaggiando in treno, vedeva un mondo agli altri sconosciuto. E lui era in grado si rispondere a domande e curiosità di tutti, grandi e piccoli. 

Ma il momento più speciale per Rocco arrivava quando, entrato a letto, il papà era tutto per lui. In una notte, più magica delle altre, Rocco, che era un bimbo un po’ cicciotto, attraverso le storie del suo papà, impara ad accettarsi ed a capire anche “chi nasce un po’ più in là”. (Ferruccio)

Tecnica utilizzata: teatro d’attore, narrazione, teatro di figura, canzoni dal vivo

di Ferruccio Filipazzi e Giusi Quarenghi

e sulle case il cielo L

Poesie da: E sulle case il cielo, ed Topipittori

Regia, progetto luci: Piera Rossi

 

Uno spettacolo di poesia, in voce e immagini, raccontati da un io bambino.

Nel buio e nel silenzio la voce porta le parole (in forma di brevi racconti – canzoni – poesie).

La poesia, le parole della poesia per raccontare le emozioni e i sentimenti del vivere nella stagione in cui si è più vicini alla terra e allo stesso tempo più portati ad aprire gli occhi e ad alzare lo sguardo: la stagione dell’esistenza bambina.

Le parole della poesia per dire lo sguardo bambino, il suo andare da dentro a fuori e intorno e di nuovo dentro e fuori e intorno, dal basso all’alto e di nuovo giù e su, per trovare orizzonti, andare oltre, tornare e volare via.

Fascia d’età: 6 – 11 anni

Durata: circa 50 minuti

Ferruccio Filipazzi, narratore di razza nel suo spettacolo “E sulle case il cielo.....” riesce nel difficile intento di proporre teatralmente, attraverso il racconto, la poesia.

Con i modi che gli e ci sono consueti, complice l'incontro con Giusi Quarenghi, poetessa e scrittrice di razza che gli dona i suoi versi, l'io bambino di Filipazzi riesce a librarsi in volo mescolando episodi narrati, canzoni e poesie. La paura del buio, l'incanto della natura, gli incontri con le persone care, il nascere dei sentimenti giungono in modo diretto ai bambini , riportandoli ad un mondo che forse sta scomparendo ma in cui tutti noi vorremmo rituffarci .

(Mario Bianchi, rivista “Eolo”, festival di teatro “Segnali 2010”)

di Cristina Campo

liberamente ispirato ad

H. C. Andersen e C. Pinkola Estés

il brutto anatroccolo L

 “ Qualcuno avrà notato con quale ipnotica lentezza battono le ciglia di un bambino che ascolta raccontare…
C’è in lui la tensione immobile degli animali in muta, degli insetti in metamorfosi…
Egli sta crescendo in quegli attimi, sta bevendo con voluttà e tremore alla fontana della memoria ”

Ferruccio Filipazzi: la voce che racconta, testo e regia

Serena Bandoli: la voce che cant

Fabrizio Tarroni: la musica

Collaborazione alla regia: Daniela Piccari

Scene e costumi: Giulia Bonaldi  Anusc Castiglioni


… e se l’uovo è diverso? Se nasce una grossa creatura sgraziata, la pelle segnata da sinuose vene rosse e blu, i piedi di un porpora chiaro e la pelle di un rosa trasparente?

È facile dirgli “Come sei brutto! Fila via!”. Scappa lontano il brutto anatroccolo e noi proviamo a stargli vicino, a fargli coraggio; come Andersen, strenuo difensore del bambino perduto e del suo diritto a cercare e trovare i suoi simili.

Di Pinkola Estès ci è piaciuta la capacità poetica di inserire la storia dell’anatroccolo nella più grande storia del cerchio della vita, attraverso le diverse stagioni dell’uomo e della natura.